L’arrivo di Mattia Sordini alla Sorianese si inserisce in un percorso costruito nel tempo, tra settori giovanili d’élite, categorie senior e passaggi complessi che hanno contribuito a formare il portiere e l’uomo. Classe 2001, romano, Sordini porta a Soriano un bagaglio fatto di lavoro quotidiano, interruzioni forzate e ripartenze che ne hanno definito il profilo con gradualità. In questa intervista racconta il suo cammino, il peso del ruolo e il presente in rossoblù.
Mattia, partiamo dall’arrivo a Soriano: come nasce la scelta Sorianese e che tipo di ambiente hai trovato?
«Arriva dopo una breve esperienza estiva che non è andata come previsto. Ad agosto ho avuto un primo contatto con il Rieti, ma ci sono state alcune divergenze. A quel punto ho deciso di fare una settimana di allenamenti con la Sorianese: mi sono trovato subito molto bene e da lì sono entrato ufficialmente a far parte della squadra. L’impatto è stato immediato, sia dal punto di vista umano che da quello del lavoro. Qui c’è un ambiente molto positivo: con i ragazzi e con il mister mi trovo davvero bene. Si lavora tanto, con allenamenti sempre ad alta intensità, ma allo stesso tempo c’è serenità. È una combinazione che per un giocatore, e soprattutto per un portiere, fa la differenza».
La tua storia calcistica è legata da sempre al ruolo del portiere. Come nasce questo percorso?
«Ho iniziato a cinque anni. Ero fisicamente più grande degli altri bambini e il mister mi mise subito in porta. Da lì non ho mai cambiato ruolo. Il percorso è passato dalla Spes Artiglio alla Tor Tre Teste, poi sono arrivate le chiamate dei settori giovanili professionistici. Ho scelto la Fiorentina perché mi convincevano l’ambiente, il metodo di lavoro, gli allenatori. Andare via di casa a 14 anni è stato un passaggio importante: all’inizio non è stato facile, ho attraversato momenti complicati, ma col tempo mi sono ambientato e sono cresciuto molto, soprattutto a livello caratteriale».
Nel tuo cammino non sono mancate le difficoltà, in particolare a Cosenza. Quanto hanno inciso?
«Dopo Firenze è arrivata la Lazio e poi Cosenza, dove la carriera ha subìto una frenata importante. Ho giocato una sola partita, poi mi è uscita la spalla. Ho dovuto affrontare un’operazione e sono rimasto fermo per otto mesi. È stato un periodo duro, stare lontano dal campo pesa sempre, ma non ho mai pensato di fermarmi. Una volta recuperato, il ritorno è passato dalla Serie D, a Civita Castellana: tre stagioni di lavoro tecnico molto intenso, con un preparatore dei portieri di alto livello. È stata un’esperienza di grande crescita, anche se gli infortuni hanno continuato a mettermi alla prova».
Poi la Sardegna, l’Ilvamaddalena, e successivamente l’Ottavia: tappe decisive?
«All’Ilvamaddalena ho trovato una società seria, in un ambiente tranquillo e strutturato. Il primo anno siamo retrocessi ai play-out, il secondo mi hanno richiamato. Anche accettando il ruolo di secondo ho imparato molto, soprattutto stando dietro a un portiere di grande esperienza. Alla fine abbiamo vinto il campionato. Prima di arrivare a Soriano c’è stata l’esperienza all’Ottavia: un altro ambiente molto sereno. Abbiamo conquistato la salvezza e, paradossalmente, lo abbiamo fatto proprio contro la Sorianese. Un incrocio che oggi assume un significato particolare».
Il ruolo del portiere è soprattutto mentale. Come lo vivi dentro la partita?
«Prima del fischio d’inizio penso sempre a mio nonno. Non c’è più, ma mi ha sempre spinto a continuare questo percorso. Poi, quando l’arbitro fischia, cancello tutto. La fiducia arriva dai gesti semplici: una parata, un’uscita, anche un passaggio fatto bene. Il portiere è un ruolo molto mentale, devi essere sempre pronto. La paura dell’errore c’è ed è inevitabile: sbagli e poi rischi di portartelo dietro per giorni. Mi è capitato. Non è facile, ma sono errori che, se li sai gestire, ti fanno crescere».
Soriano oggi e uno sguardo al futuro
«Oggi la Sorianese rappresenta un contesto ideale per lavorare con continuità. Mi piacciono molto il gruppo, i mister e il preparatore dei portieri: lavoriamo con intensità ma anche con tranquillità, e questo per me è fondamentale. Fuori dal campo cerco equilibrio: mi alleno, vado in palestra, pratico yoga e meditazione, che mi hanno aiutato molto nei momenti difficili. Mi piacciono anime, manga, libri di storia e biografie. Tra dieci anni mi vedo ancora a giocare, in forma fisicamente e mentalmente, con tanti progetti da realizzare. Ai tifosi dico solo grazie: sono sempre presenti, anche nelle trasferte più lunghe. Continuate a sostenerci. Forza Soriano, forza Sorianese».



